CHERNOBYL: LA STORIA COMPLETA DEL DISASTRO NUCLEARE CHE HA CAMBIATO IL MONDO

Chernobyl è ancora oggi il simbolo del più grave disastro nucleare della storia moderna. Ecco cosa accadde nel 1986, le conseguenze della tragedia e i dettagli che continuano a sconvolgere il mondo.

CURIOSITÀ

5/1/20266 min read

Alle 01:23 del 26 aprile 1986, il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl venne distrutto durante un test di sicurezza. Le esplosioni aprirono l’edificio, dispersero materiale radioattivo nell’atmosfera e diedero origine al più grave incidente nella storia dell’energia nucleare civile.

La catastrofe non fu provocata da un singolo pulsante o dall’errore isolato di un operatore. Nacque dall’unione tra caratteristiche pericolose del reattore sovietico RBMK, procedure inadeguate, sistemi di protezione esclusi, decisioni operative rischiose e informazioni tecniche che non erano state comunicate correttamente al personale.

La città vicina di Pripyat venne evacuata soltanto circa 36 ore dopo. Centinaia di migliaia di persone furono coinvolte nella bonifica e, ancora oggi, il reattore distrutto contiene grandi quantità di materiale radioattivo.

IL REATTORE RBMK E IL TEST ALLA TURBINA

La centrale si trovava nell’attuale Ucraina, allora parte dell’Unione Sovietica. Il reattore 4 era un RBMK-1000, raffreddato ad acqua e moderato con grafite.

Questo modello possedeva un pericoloso coefficiente di vuoto positivo. Quando l’acqua nei canali si trasformava in vapore, diminuiva la capacità di assorbire neutroni e la reattività poteva aumentare. In determinate condizioni, più vapore produceva quindi più potenza, più calore e altro vapore.

Il 25 aprile il reattore doveva essere spento per manutenzione. I tecnici decisero di approfittarne per verificare se la turbina, continuando a girare per inerzia dopo una perdita di elettricità, potesse alimentare temporaneamente le pompe di raffreddamento fino all’avvio dei generatori diesel.

Il test venne però ritardato su richiesta della rete elettrica. Quando la riduzione riprese, il turno era cambiato e il reattore si trovava in condizioni diverse da quelle previste.

La potenza precipitò fino a circa 30 megawatt termici, anche a causa dell’accumulo di xeno-135, una sostanza che assorbe neutroni. Per recuperarla, gli operatori ritirarono numerose barre di controllo e stabilizzarono il reattore intorno ai 200 megawatt, lasciandolo però con un margine di sicurezza estremamente ridotto.

L’ESPLOSIONE DEL REATTORE NUMERO 4

Il test iniziò chiudendo il vapore diretto alla turbina. Mentre la turbina rallentava, le pompe perdevano capacità, la portata d’acqua diminuiva e nei canali si formava una quantità crescente di vapore.

A causa del coefficiente di vuoto positivo, la reattività cominciò ad aumentare. Alle 01:23:40 venne premuto il comando di arresto d’emergenza AZ-5, che avrebbe dovuto inserire tutte le barre e spegnere il reattore.

Le barre dell’epoca, però, possedevano estremità di grafite. Nei primi istanti dell’inserimento sostituirono parte dell’acqua presente nel nocciolo con grafite, provocando localmente un ulteriore aumento della reattività.

La potenza crebbe in pochi secondi fino a livelli enormemente superiori a quelli previsti. I canali del combustibile si ruppero e la pressione produsse una prima esplosione, seguita quasi immediatamente da una seconda.

Non si trattò di una detonazione nucleare paragonabile a una bomba atomica. Furono esplosioni fisiche e chimiche provocate dall’aumento incontrollato della potenza, dal vapore, dal combustibile surriscaldato e dalle reazioni avvenute nel reattore.

Il nocciolo rimase esposto all’atmosfera. Grafite, combustibile e frammenti radioattivi vennero scagliati all’esterno, alimentando incendi e rilasci che continuarono per diversi giorni.

PRIPYAT, I VIGILI DEL FUOCO E I LIQUIDATORI

I primi vigili del fuoco arrivarono pochi minuti dopo l’esplosione. Molti non conoscevano la reale intensità delle radiazioni e lavorarono sui tetti contaminati con protezioni insufficienti. Riuscirono comunque a spegnere diversi incendi e impedirono che il fuoco raggiungesse altre parti della centrale.

Durante il 26 aprile, gli abitanti di Pripyat continuarono in gran parte la vita quotidiana. L’evacuazione iniziò alle 14:00 del giorno seguente. Quasi 1.400 autobus portarono via circa 45.000 residenti in poche ore.

Alle famiglie venne detto di portare soltanto lo stretto necessario perché l’allontanamento sarebbe durato pochi giorni. La maggior parte non tornò mai a vivere nella propria casa.

Nel corso del 1986 furono evacuate circa 116.000 persone da 188 insediamenti. Negli anni successivi altre 230.000 vennero trasferite dalle zone contaminate di Ucraina, Bielorussia e Russia.

Le operazioni di contenimento coinvolsero vigili del fuoco, militari, minatori, tecnici, piloti e operai, conosciuti collettivamente come liquidatori. Circa 350.000 persone parteciparono alle prime attività e il numero totale degli individui successivamente registrati raggiunse circa 600.000.

Alcuni liquidatori lavoravano sui tetti soltanto per pochi secondi, spostando frammenti di grafite che i robot non riuscivano a rimuovere a causa delle radiazioni e delle difficili condizioni operative.

VITTIME ED EFFETTI SULLA SALUTE

Il numero delle vittime dipende da ciò che viene conteggiato. Circa 30 lavoratori e soccorritori morirono nelle prime settimane. Tra le persone presenti nel sito durante le prime ore, 134 svilupparono la sindrome acuta da radiazioni e 28 morirono nei primi tre mesi.

Questi sono decessi identificati direttamente. Le stime sugli effetti a lungo termine sono più complesse. Il Chernobyl Forum delle Nazioni Unite calcolò fino a circa 4.000 possibili morti aggiuntive per tumori e leucemie nel corso della vita tra le popolazioni maggiormente esposte. Si tratta di una proiezione epidemiologica, non di un elenco di 4.000 vittime già certificate.

L’effetto sanitario tardivo più chiaramente documentato riguarda il tumore della tiroide tra coloro che nel 1986 erano bambini o adolescenti. Lo iodio-131 contaminò latte e alimenti, venendo assorbito dalla tiroide dei più giovani.

Negli anni sono state diagnosticate migliaia di neoplasie tiroidee nelle regioni colpite. Non ogni caso può essere attribuito automaticamente all’incidente, ma l’aumento tra gli esposti da bambini è considerato direttamente collegato alle radiazioni.

Non è stato invece dimostrato un aumento generalizzato delle malformazioni congenite o della fertilità ridotta nella maggioranza della popolazione. Enormi furono però le conseguenze psicologiche e sociali: perdita della casa, paura delle radiazioni, isolamento e stigma.

DAL SARCOFAGO ALLA CHIUSURA DELLA CENTRALE

Tra maggio e novembre 1986 venne costruita una struttura di acciaio e cemento attorno al reattore distrutto. Conosciuta come sarcofago, era ufficialmente chiamata Shelter Object.

La costruzione ridusse la dispersione di polvere e materiale radioattivo, ma venne realizzata rapidamente in condizioni estreme. Incorporava parti danneggiate dell’edificio e presentava elementi instabili, difficili da controllare.

Contrariamente a quanto spesso si crede, la centrale non chiuse subito. I reattori 1 e 2 ripresero a funzionare nel 1986, mentre il reattore 3 tornò in servizio nel 1987. L’ultima unità venne spenta definitivamente il 15 dicembre 2000.

Per coprire il vecchio sarcofago fu successivamente costruito il New Safe Confinement, un gigantesco arco metallico completato e collaudato nel 2019. Il progetto costò più di 2,1 miliardi di euro e deve permettere lo smantellamento telecomandato delle strutture instabili e il contenimento del materiale radioattivo.

L’arco non ha eliminato il pericolo: al suo interno rimangono combustibile, polveri e detriti che richiederanno decenni di interventi.

CHERNOBYL DURANTE LA GUERRA IN UCRAINA

Tra febbraio e marzo 2022 il sito venne occupato dalle forze russe. L’occupazione interruppe le normali rotazioni del personale, le comunicazioni e alcune attività di monitoraggio, ma non provocò una nuova reazione nucleare.

Nella notte del 14 febbraio 2025, un drone con carica esplosiva colpì il rivestimento del New Safe Confinement. L’impatto provocò un incendio e danneggiò sia il rivestimento esterno sia parti della membrana interna.

Non vennero rilevati rilasci radioattivi anomali e la struttura portante principale rimase stabile. Le verifiche successive mostrarono però che l’arco aveva perso parte della capacità di garantire la tenuta e il controllo dell’ambiente interno.

Nell’aprile 2026 i sistemi di monitoraggio continuavano a funzionare e i livelli di radiazione rimanevano entro i valori di controllo. Le riparazioni erano comunque considerate urgenti, perché infiltrazioni e corrosione potrebbero compromettere il contenimento e rallentare lo smantellamento del vecchio reattore.

Chernobyl non è quindi soltanto una storia del 1986. È un sito ancora attivo dal punto di vista della sicurezza nucleare, dove le conseguenze di pochi minuti continuano a richiedere sorveglianza, tecnologia e cooperazione internazionale.

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FONTI

International Atomic Energy Agency

United Nations Scientific Committee on the Effects of Atomic Radiation

World Health Organization

United Nations

OECD Nuclear Energy Agency

Chornobyl Nuclear Power Plant

European Bank for Reconstruction and Development

Swedish Radiation Safety Authority