TED BUNDY: IL SERIAL KILLER CHE EVASE DUE VOLTE E CONTINUÒ A UCCIDERE
Giovane, intelligente e apparentemente impeccabile: Ted Bundy riuscì a ingannare l’America mentre nascondeva una delle menti criminali più inquietanti del Novecento.
CURIOSITÀ
Il suo nome è diventato sinonimo di serial killer, ma la storia di Ted Bundy non è soltanto quella di un assassino che attraversò gli Stati Uniti negli anni Settanta. È anche la storia di una serie di errori investigativi, informazioni che non circolavano abbastanza velocemente tra diversi Stati, due evasioni clamorose e un’immagine pubblica di apparente normalità che per molto tempo confuse persone, giornalisti e perfino alcuni investigatori.
Theodore Robert Bundy non aveva l’aspetto cinematografico del criminale immediatamente riconoscibile. Parlava con sicurezza, aveva studiato all’università, partecipava alla vita politica e riusciva a presentarsi come una persona educata e affidabile. Proprio questa capacità di apparire comune gli permise di avvicinare le vittime e rese il suo caso ancora più inquietante. Dietro quella facciata, secondo le confessioni finali e le prove raccolte in diversi processi, si nascondeva però una lunga serie di rapimenti, aggressioni e omicidi commessi in più Stati americani.




UN UOMO APPARENTEMENTE NORMALE
Ted Bundy nacque il 24 novembre 1946 a Burlington, nel Vermont, e crebbe principalmente a Tacoma, nello Stato di Washington. Da giovane frequentò l’università, studiò psicologia e lavorò anche in ambienti politici e sociali. Chi lo incontrava poteva percepirlo come ambizioso, disponibile e perfettamente inserito nella società.
Questa immagine ha contribuito alla costruzione del mito del criminale “affascinante”, una definizione spesso ripetuta dai media ma che rischia di spostare l’attenzione dalla realtà dei suoi reati. Bundy non riusciva a ingannare le persone grazie a qualche qualità misteriosa: sfruttava soprattutto le convenzioni sociali, la fiducia e la naturale disponibilità ad aiutare qualcuno che sembrava ferito o in difficoltà.
Secondo la ricostruzione dell’FBI, si avvicinava frequentemente a giovani donne in luoghi pubblici, come campus universitari, spiagge e località frequentate da ragazzi. In alcune occasioni simulava un infortunio, indossando un tutore o tenendo un braccio al collo, e chiedeva aiuto per trasportare un oggetto verso la propria automobile. Altre volte si presentava come una figura autorevole, arrivando anche a fingersi un agente di polizia.


LE SCOMPARSE NELLO STATO DI WASHINGTON
Non è mai stato stabilito con assoluta certezza quando Bundy iniziò a uccidere. L’FBI riconosce che le sue prime azioni potrebbero essere precedenti ai casi ufficialmente attribuiti, ma la sequenza documentata divenne evidente nel 1974, quando diverse giovani donne cominciarono a scomparire nello Stato di Washington.
Nel gennaio di quell’anno una studentessa dell’Università di Washington venne aggredita mentre dormiva e sopravvisse riportando conseguenze permanenti. Nel febbraio scomparve Lynda Ann Healy, un’altra studentessa dello stesso ateneo. Seguirono altri casi che inizialmente vennero investigati separatamente.
Il 14 luglio 1974 due giovani donne, Janice Ott e Denise Naslund, scomparvero nello stesso giorno dal Lake Sammamish State Park. Numerosi testimoni raccontarono di avere visto un giovane uomo che si presentava come “Ted”, portava un braccio al collo e chiedeva aiuto vicino a un Volkswagen Maggiolino.
Per gli investigatori si trattava di una combinazione di indizi insolitamente precisa: un nome, un’automobile, una descrizione fisica e un comportamento ripetuto. Eppure, senza banche dati centralizzate moderne e con una cooperazione più lenta tra le diverse giurisdizioni, collegare tutti gli episodi rimaneva estremamente difficile.


IL TRASFERIMENTO NELLO UTAH E LA PRIMA CATTURA
Nell’estate del 1974 Bundy si trasferì a Salt Lake City, dove iniziò a frequentare la facoltà di legge dell’Università dello Utah. Anche dopo il trasferimento, giovani donne continuarono a scomparire nello Utah, in Colorado e in altre aree dell’Ovest americano.
Una delle persone decisive per fermarlo fu Carol DaRonch, una ragazza di 18 anni che l’8 novembre 1974 venne avvicinata in un centro commerciale da un uomo che si presentò come agente di polizia. L’uomo le disse che qualcuno aveva tentato di entrare nella sua automobile e la convinse a seguirlo. Quando cercò di immobilizzarla, DaRonch reagì, riuscì a liberarsi e fuggì.
Il 16 agosto 1975 un agente fermò il Volkswagen di Bundy in una zona residenziale dello Utah. All’interno dell’automobile furono trovati oggetti che suscitarono l’interesse degli investigatori, tra cui manette, una corda e un passamontagna. DaRonch lo identificò e, nel 1976, Bundy venne condannato per il suo rapimento e per l’aggressione.
Fu il primo vero risultato giudiziario contro di lui. Nel frattempo, investigatori di diversi Stati cominciavano finalmente a confrontare fotografie, automobili, testimonianze e modalità operative, comprendendo che numerosi casi potevano essere collegati alla stessa persona.


DUE EVASIONI CHE SEMBRAVANO IMPOSSIBILI
Bundy venne successivamente accusato dell’omicidio di Caryn Campbell, una giovane infermiera scomparsa da una località sciistica del Colorado nel gennaio 1975. Trasferito ad Aspen per le udienze preliminari, decise di partecipare alla propria difesa e ottenne l’accesso alla biblioteca del tribunale.
Il 7 giugno 1977, lasciato momentaneamente senza sorveglianza diretta, saltò da una finestra del secondo piano del Pitkin County Courthouse e fuggì verso le montagne. Rimase libero per circa sei giorni, nascondendosi nell’area di Aspen, prima di essere nuovamente arrestato.
Quella fuga avrebbe dovuto produrre misure di sicurezza definitive. Invece, il 30 dicembre 1977 Bundy evase una seconda volta dal carcere della contea di Garfield, a Glenwood Springs. Aveva perso peso e preparato lentamente un’apertura nel soffitto della cella. Attraverso lo spazio superiore raggiunse un’altra parte dell’edificio e uscì senza essere immediatamente scoperto.
Quando le guardie si accorsero della scomparsa, Bundy aveva già ottenuto un vantaggio considerevole. Viaggiò verso est e alla fine raggiunse la Florida. La seconda evasione trasformò un detenuto accusato di omicidio in un fuggitivo nazionale.


GLI ATTACCHI IN FLORIDA
Nelle prime ore del 15 gennaio 1978 un uomo entrò nella sede della confraternita femminile Chi Omega, vicino al campus della Florida State University di Tallahassee. Margaret Bowman e Lisa Levy furono uccise. Kathy Kleiner e Karen Chandler vennero gravemente ferite ma sopravvissero.
Poco dopo, in un’abitazione vicina, venne aggredita anche la studentessa Cheryl Thomas, che riuscì a sopravvivere. La rapidità della sequenza, la vicinanza tra i luoghi e gli elementi recuperati dagli investigatori portarono a collegare gli episodi.
Il 9 febbraio 1978 scomparve inoltre Kimberly Leach, una ragazza di 12 anni che frequentava una scuola di Lake City, in Florida. Il suo corpo venne ritrovato circa due mesi dopo in una zona boschiva vicino al fiume Suwannee.
Il 10 febbraio l’FBI inserì Bundy nella lista dei dieci fuggitivi più ricercati. Cinque giorni dopo, intorno all’1:30 del mattino, l’agente David Lee notò un Volkswagen rubato a Pensacola e ordinò al conducente di fermarsi. Dopo una colluttazione, riuscì ad arrestarlo. Solo successivamente la polizia comprese che l’uomo catturato era Ted Bundy.


FONTI
Federal Bureau of Investigation — Ted Bundy’s Campaign of Terror
Federal Bureau of Investigation — The Birth of Behavioral Analysis in the FBI
FBI Vault — Archivi investigativi su Theodore Robert Bundy
Supreme Court of Florida — Bundy v. State, sentenza sui delitti della Chi Omega
Supreme Court of Florida — Bundy v. State, sentenza sul caso Kimberly Leach
Utah County Sheriff’s Office — Laura Ann Aime Homicide Case Closure
Associated Press
Reuters
I PROCESSI E LE CONDANNE A MORTE
Nel 1979 Bundy affrontò il processo per gli omicidi avvenuti nella sede della Chi Omega. Il procedimento fu seguito dalle televisioni e divenne uno dei casi giudiziari più osservati dell’epoca. Bundy partecipò attivamente alla propria difesa, intervenendo in aula e contribuendo ulteriormente alla trasformazione del processo in un evento mediatico.
La giuria lo dichiarò colpevole di due omicidi di primo grado, tre tentati omicidi e due violazioni di domicilio. Tra gli elementi presentati dall’accusa figuravano una testimonianza di identificazione, tracce di capelli, elementi circostanziali e il confronto tra la dentatura di Bundy e un segno trovato su una delle vittime. La Corte Suprema della Florida confermò successivamente le condanne.
Nel 1980 venne processato anche per il rapimento e l’omicidio di Kimberly Leach. Fu nuovamente riconosciuto colpevole e ricevette un’altra condanna a morte. In totale, i tribunali della Florida gli imposero tre sentenze capitali.
LE CONFESSIONI E IL NUMERO REALE DELLE VITTIME
Per anni Bundy continuò a proclamarsi innocente o a fornire versioni evasive. Solo quando l’esecuzione divenne imminente iniziò a confessare una lunga serie di omicidi, parlando con investigatori provenienti da diversi Stati.
Gli vengono generalmente attribuite 30 vittime confessate, uccise tra il 1974 e il 1978 in Washington, Oregon, Utah, Idaho, Colorado e Florida. Il numero preciso, tuttavia, rimane incerto. Alcune confessioni furono dettagliate e compatibili con elementi investigativi; altre erano incomplete o non poterono essere verificate definitivamente.
Il 24 gennaio 1989, all’età di 42 anni, Ted Bundy venne giustiziato sulla sedia elettrica nella Florida State Prison. La sua morte pose fine ai tentativi di ottenere nuove informazioni direttamente da lui, lasciando aperti diversi casi e molte domande sulle persone che potrebbero non essere mai state identificate come sue vittime.
IL DNA CHE HA CHIUSO UN CASO DOPO 51 ANNI
La storia giudiziaria di Ted Bundy ha ricevuto un aggiornamento importante il 1º aprile 2026. Lo Utah County Sheriff’s Office ha annunciato di avere ottenuto una prova genetica definitiva che collega Bundy all’omicidio di Laura Ann Aime, una ragazza di 17 anni scomparsa la notte di Halloween del 1974.
Il corpo di Laura era stato trovato il 27 novembre dello stesso anno nei pressi della State Route 92, nell’American Fork Canyon. Bundy aveva ammesso il suo coinvolgimento poco prima dell’esecuzione, ma non aveva fornito informazioni sufficienti perché il caso potesse essere chiuso scientificamente.
Grazie a tecniche genetiche più moderne, gli investigatori sono riusciti a ottenere un profilo utilizzabile dagli elementi conservati per oltre mezzo secolo. Il confronto ha fornito, secondo lo sceriffo della contea, una conferma definitiva della responsabilità di Bundy.
Il risultato dimostra perché la sua storia non appartiene soltanto agli archivi. Decenni dopo la sua esecuzione, le tecnologie forensi possono ancora distinguere una confessione non verificata da un fatto dimostrato. Possono inoltre restituire un nome e una risposta alle famiglie rimaste per generazioni senza una conclusione.
Ted Bundy rimane uno dei criminali più studiati della storia americana, ma la sua vicenda non dovrebbe essere ricordata come la storia di un uomo misteriosamente affascinante. È la storia di vittime reali, di persone sopravvissute che contribuirono alla sua identificazione e di un sistema investigativo che imparò, anche attraverso i propri errori, quanto fosse essenziale condividere rapidamente le informazioni oltre i confini di ogni singolo Stato.
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