VIA POMA: 29 COLPI, UNA SCENA COMPROMESSA E UN ASSASSINO ANCORA SENZA NOME
Simonetta Cesaroni fu uccisa con 29 colpi negli uffici di via Poma nel 1990. Dopo assoluzioni, errori investigativi e nuove analisi, il suo assassino non ha ancora un nome.
CRONACA NERA
Il 7 agosto 1990 Roma era quasi vuota per le ferie estive. In un palazzo di via Carlo Poma 2, nel quartiere Prati, una giovane contabile stava completando alcune pratiche prima della pausa di agosto. Si chiamava Simonetta Cesaroni, aveva 20 anni e quella sera non tornò a casa. Il suo corpo venne trovato dopo le 23 nell’ufficio in cui aveva lavorato da sola, colpito 29 volte con un oggetto appuntito mai identificato con certezza.
A più di trentacinque anni di distanza, il delitto di Via Poma rimane senza un colpevole riconosciuto dalla giustizia. Una condanna è stata annullata, diversi sospettati sono stati prosciolti e molte tracce hanno perso valore nel tempo. Eppure il fascicolo non è scomparso: nel dicembre 2024 una giudice ha respinto una nuova richiesta di archiviazione e ha ordinato ulteriori accertamenti.




L’ULTIMO POMERIGGIO DI SIMONETTA
Simonetta lavorava per lo studio commerciale Reli Sas e, in alcuni pomeriggi, svolgeva attività contabili negli uffici dell’AIAG, l’Associazione italiana alberghi della gioventù. Gli ambienti si trovavano al terzo piano, scala B, interno 7, del complesso.
L’ultimo contatto certo risale alle 17:30 circa, quando telefonò alla collega Luigia Berrettini per risolvere un problema di lavoro. Intorno alle 18:30 avrebbe dovuto aggiornare il datore di lavoro Salvatore Volponi, ma la chiamata non arrivò. La famiglia iniziò a preoccuparsi verso le 21:30. La sorella Paola, il suo compagno e Volponi raggiunsero Via Poma e ottennero l’accesso all’appartamento con l’aiuto della moglie del portiere. Il corpo venne scoperto intorno alle 23:30.


UNA SCENA CHE HA LASCIATO TROPPE DOMANDE
Simonetta non aveva subito una violenza sessuale, ma alcuni indumenti, diversi gioielli e le chiavi dell’ufficio non furono ritrovati. Le scarpe erano state sistemate vicino alla porta e una parte degli abiti era stata rimossa. Non c’erano evidenti segni di effrazione, ma questo non dimostra che conoscesse l’assassino: potrebbe aver aperto la porta, oppure l’aggressore potrebbe aver avuto accesso agli uffici in un altro modo.
L’arma non è mai stata recuperata. Per anni si è parlato di un tagliacarte, ma resta un’ipotesi legata alla forma delle ferite e agli oggetti presenti nell’ufficio. Anche l’orario della morte non è definitivo: le valutazioni hanno oscillato tra una finestra ristretta intorno alle 18 e una più ampia fino alle 19.
Le indagini più recenti hanno riportato l’attenzione sugli errori del primo sopralluogo. Secondo il decreto della gip Giulia Arcieri, alcuni oggetti furono spostati, i tabulati telefonici non vennero acquisiti immediatamente, una cartellina beige scomparve e piccole tracce di sangue fotografate sul pavimento non furono repertate.


I PRIMI SOSPETTI E LE PISTE ABBANDONATE
Tre giorni dopo il delitto venne fermato Pietrino Vanacore, uno dei portieri del palazzo. Rimase in carcere fino alla fine di agosto, ma la sua posizione venne archiviata e il proscioglimento divenne definitivo. Nel 2010, poco prima di testimoniare nel processo contro Raniero Busco, Vanacore si tolse la vita. Quel gesto non può essere interpretato come una confessione o una prova di coinvolgimento.
Nel 1992 fu indagato anche Federico Valle, nipote di un residente dello stabile. Le accuse si basavano soprattutto sulle dichiarazioni di Roland Voller, figura controversa dell’inchiesta. Anche Valle venne prosciolto e non fu mandato a processo. Questi passaggi mostrano quanto l’indagine si sia spesso sviluppata intorno a testimonianze fragili e sospetti mai trasformati in prove.


IL PROCESSO A RANIERO BUSCO
La vicenda giudiziaria più importante riguardò Raniero Busco, fidanzato di Simonetta all’epoca dell’omicidio. Indagato formalmente molti anni dopo, venne processato sulla base di tracce biologiche trovate sugli indumenti, della presunta compatibilità tra la sua dentatura e una lesione sul seno e della ricostruzione del rapporto sentimentale.
Il 26 gennaio 2011 la Corte d’Assise di Roma lo condannò a 24 anni. In appello, però, il quadro probatorio cambiò. I periti esclusero che fosse scientificamente dimostrato un morso attribuibile a Busco; emersero inoltre tracce riconducibili ad altri uomini. Il suo DNA poteva essere stato depositato durante un incontro precedente e non necessariamente durante il delitto.
Il 27 aprile 2012 Busco venne assolto per non aver commesso il fatto. La Cassazione rese definitiva l’assoluzione il 26 febbraio 2014, sottolineando che non esistevano prove sufficienti per collegarlo all’omicidio. Non può quindi essere indicato come responsabile o autore probabile del delitto.


FONTI
ANSA
Rai News
Camera dei deputati
Corte di Cassazione
Corte d’Assise d’Appello di Roma
Corriere della Sera
LE NUOVE INDAGINI DOPO IL 2022
Nel marzo 2022 la Procura di Roma aprì un nuovo procedimento per omicidio volontario contro ignoti, dopo un esposto della famiglia Cesaroni. Furono riesaminati documenti, testimonianze e alibi, ma nel 2023 i pubblici ministeri chiesero nuovamente l’archiviazione.
Il 20 dicembre 2024 la gip Giulia Arcieri respinse la richiesta. Il provvedimento ordinò nuove analisi genetiche, una revisione delle fotografie e dei reperti, ulteriori verifiche sugli alibi e l’audizione di 29 persone, comprese figure delle prime indagini e soggetti legati agli ambienti di lavoro di Simonetta.
La giudice chiese inoltre di approfondire la possibile presenza negli uffici dell’AIAG di documentazione riservata e i collegamenti di alcune persone con ambienti istituzionali e dei servizi. Questo non prova un complotto o un depistaggio organizzato: indica soltanto una pista che la magistratura ha ritenuto necessario verificare.
UN DELITTO ANCORA SENZA NOME
Il caso di Via Poma resiste perché ogni elemento sembra accompagnato da una lacuna. Esistono fotografie, reperti, telefonate e testimonianze, ma la scena venne gestita in modo imperfetto e molte verifiche decisive arrivarono anni dopo. Anche le tracce scientifiche che portarono a un processo non superarono il controllo dei giudici d’appello e della Cassazione.
Nelle informazioni pubblicamente disponibili fino al 2026 non risulta annunciato un nuovo imputato né una soluzione definitiva. La proposta di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta dedicata anche all’omicidio di Simonetta risulta ancora assegnata alla Commissione Affari costituzionali della Camera.
Resta una verità incompleta: Simonetta entrò nell’ufficio per lavorare, parlò con una collega alle 17:30 e, poche ore più tardi, venne trovata morta. Tutto ciò che dovrebbe spiegare quel passaggio continua a essere oggetto di indagine.
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